ALIAS del Manifesto, 18 Giugno 2004
• MARIO CAVATORE •
Sangue zingaro contro i razzisti
di Riccardo Bonavita
Esordisce bene, molto bene, Mario Cavatore, e con il suo romanzo-parabola II seminatore (Einaudi «L'Arcipelago», pp. 157, € 11,00) dimostra di saper mettere a frutto anche sulla carta i suoi cinquantotto anni dedicati a viaggi e a lavori che in apparenza non dovrebbero aver nulla a che fare con la scrittura. In un numero di «Le Monde Diplomatìque» allegato al manifesto legge una atroce pagina di storia: è quella dell'Opera Kinder der Landstrasse, attiva in Svizzera dal 1926 al 1972 con lo scopo di sradicare il nomadismo sottraendo ai genitori, grazie alla cooperazione del Governo, i bambini degli zingari di cittadinanza elvetica. Decide che in qualche misura quella storia gli appartiene, e che porta dentro di sé verità e problemi forse più grandi, sicuramente più intricati di quelli che la parola di denuncia del giornalista o quella di ricostruzione dello storico sono capaci di comunicare. Così, dalla storia documentata, «autentica», fa germinare altre storie, più o meno inventate, ognuna in conflitto con le altre, ognuna piena della sua verità. Le affida a una scrittura nervosa, asciutta, quasi sempre esatta, libera dagli automatismi, dalle macchiette e dai luoghi comuni che a volte rendono così piatte le pagine dei narratori italiani. E con questa lingua cruda ed essenziale percorre la gamma dei generi, e mobilita l'avventura, la descrizione amara della provincia, i sussulti amorosi, il noir, la denuncia, l'analisi dei tremiti e delle ferite psichiche intime, senza lasciar cadere la tensione del racconto e trascinando il lettore di pagina in pagina fino - quasi - all'ultimo (solo il capitolo conclusivo è debole, un poco ridondante). Sono molte storie, e voci diverse. Parla il narratore, e ci racconta la ribellione eroica, crudele e grottesca dello zingaro Lubo Reinhardt, a cui l'Opera ha rapito i due figli e ucciso la moglie, e che ha deciso di vendicarsi generando duecento figli che instillino il suo sangue di «diverso» nelle vene dei Gagè svizzeri. Ma anche l'ottuso, bonario Hans Bertallo, il suo indecifrabile e sofferente fratellastro Hugo, figlio di Lubo, e il commissario Motti, che entrerà in crisi cercando - a suo modo - di estirpare i germogli più velenosi sparsi da quei semi di violenza, arbitrio e sopraffazione. Il seminatore del titolo, infatti, non è solo Lubo, col suo progetto di intridere della sua differenza ribelle il mondo grigio che la vuole cancellare, ma anche chi ha deciso di gettare per primo il seme dell'odio. Chi vuole inchiodare chi gli sembra «diverso» o «deviante» alla catena deterministica del razzismo, che legge come una «natura» inferiore ciò che dipende dalla cultura, dalla storia, dalla società. Così la macchina inesorabile del destino, che molti personaggi credono di vedere all'opera dietro le loro scelte, azioni, colpe, ha un movimento molto più imprevedibile di quanto si possa sospettare, e può rivelarsi incomprensibile e contraddittoria come la psiche degli umani. Per questo Mario Cavatore regala la sua parabola a quelli che «vedendo, non vedono; e udendo, non odono né comprendono» (Matteo, 13,13).